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INDICE
della
pagina dedicata alla storia e, non solo, del POPOLO SAHARAWI
1.1
SAHARAWI: UN POPOLO IN ESILIO.
2
1.2
CULTURA E SOCIETA’ SAHARAWI
9
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1.1
SAHARAWI: STORIA DI UN POPOLO IN ESILIO
Si
calcola siano duecentomila i saharawi residenti in campi
profughi nell'estremo sud-ovest dell'Algeria.
Di
loro si parla poco, come di tutti i popoli
"dimenticati", le cui rivendicazioni vanno a turbare
interessi consolidati ed equilibri internazionali delicati.
I
rifugiati saharawi sono i sopravvissuti al grande esodo:
interminabili marce nel deserto inseguiti dall’aviazione
marocchina avvenuta nel 1975. Trentadue anni di vita nella zona
considerata tra le più rivivibili del pianeta.
Il
territorio che ospita i campi profughi è di circa cento kmq, ed
è completamente desertico, piatto, ricoperto di sassi e sabbia
(Hammada). La zona è suddivisa in quattro wilayas
(provincie), ogniuna formata da sette daire
(comuni), divise a loro volta in barrios (quartieri).
La struttura sociale delle comunità nomadi del Sahara
Occidentale e una storia marcata da costanti correnti
migratorie, rendono l’entità territoriale di questo paese,
così come di altri paesi africani, difficilmente definibile se
non con il ricorso ai confini tracciati dalle colonie.
È quindi dal XVI secolo, periodo pre-coloniale, che si
può constatare una netta distinzione politica che separa la
regione dal resto del Magreb.
Dal XIII sec. i Maqil, nomadi provenienti dall’oriente arabo,
si sono insediati progressivamente nel territorio che si estende
dall’Oued Draa all’attuale Mauritania, entrando in simbiosi
con i berberi, anch’essi nomadi.
Da quest’unione nasce l’attuale popolazione del Sahara
Occidentale e si può cominciare a vedere il primo embrione del
popolo Saharawi (letteralmente, originario del deserto).
L’indipendenza, il rifiuto di sottomissione ad altri stati, la
conflittualità intertribale, la lingua e la cultura
arabo-islamica e il nomadismo erano i caratteri dominanti del
popolo del Sahara nel corso del XIX secolo. Questo popolo
presentava degli elementi di omogeneità abbastanza spiccati, il
che consentiva di parlare di un’entità saharawi anche se non
ancora di una coscienza nazionale (sviluppatasi più tardi).
Verso il 1433-34, il portoghese Gil Eanes toccò per la prima
volta la costa dell’attuale Sahara Occidentale. Nel 1884, la
Spagna dichiarò sotto la propria protezione la regione del Rio
de Oro e concluse accordi con i capi-tribù locali. L’anno
seguente, alla Conferenza di Berlino, ratificata la partizione
dell’Africa, la Spagna vide
riconosciuti i propri diritti sui territori del Sahara. Nel 1934
l’amministrazione spagnola, dopo un’aspra lotta
anti-coloniale, attribuì alla popolazione saharawi un documento
d’identità consolidando nel tempo l’autoidentificazione
della popolazione autoctona ed il sentimento dell’appartenenza
territoriale al “Sahara spagnolo”. È proprio in seguito a
questo che si poté parlare di risveglio della coscienza
saharawi, in quanto è in tale momento storico che iniziò la
formazione di una resistenza locale contro lo sfruttamento e i
soprusi coloniali.
La scarsa penetrazione della Spagna nelle zone interne della
colonia, garantì libertà d’azione alla popolazione saharawi
impegnata contro l’occupazione.
Il leader religioso (cheick)
Ma El Ainin, che fondò Smara, rendendola un centro religioso e
politico, diresse azioni di resistenza contro l’occupazione
coloniale sia al nord che al sud del Sahara; in un primo tempo
trovò l’appoggio del sultano del Marocco per rifiutarlo
immediatamente dopo, quando il sultano decise di collaborare con
la Francia.
Il 23 giugno 1910 l’esercito francese bloccò l’avanzata dei
patrioti saharawi; la lotta, dopo la morte nell’ottobre dello
stesso anno di Cheick Ma El Ainin, fu
portata avanti dal figlio che entrò a Marrakesh nel 1912.
La Francia reagì con violenza, radendo al suolo la città di
Smara e distruggendo la biblioteca, che conteneva più di
cinquemila manoscritti. Sotto il protettorato francese del
Marocco, ed in particolare tra il 1924 e il 1932, i saharawi
condussero azioni di guerriglia, sfruttando la loro conoscenza
del territorio. La repressione francese fu dura e, supportata
dalla collaborazione spagnola, dal 1934 divenne effettiva.
La scoperta dei giacimenti di fosfati di Bou Craa, negli anni
Cinquanta, aprì una fase di colonizzazione più intensa e una
trasformazione della società tradizionale.
Lo sfruttamento economico delle nuove risorse richiese nuova
forza lavoro e comportò la sedentarizzazione della popolazione.
La scuola divenne un privilegio raro e solo a pochissimi
saharawi fu permesso studiare in Spagna. La fine degli anni
Cinquanta, con la maturazione dei movimenti indipendentisti
africani e arabi, rappresentò il punto di svolta nella storia
della regione.
Il 2 marzo del 1956 il Marocco ottenne l’indipendenza e reclamò
ufficialmente i territori del Sahara Occidentale sotto
l’occupazione spagnola, in vista della realizzazione del
“grande Marocco”, ottenendo la zona di Tarfaya.
La proclamazione d’indipendenza della Mauritania, il 28
novembre 1960, aggiunse un nuovo soggetto nella questione della
rivendicazione del territorio del Sahara.
In tempi successivi, l’Assemblea Generale O.N.U. adottò due
risoluzioni con il comune obiettivo di sollecitare la Spagna ad
organizzare un referendum, sotto il controllo delle Nazioni
Unite, che permise alla popolazione autoctona di esprimersi
liberamente e previde il ritorno degli esiliati.
La guerra del 1957-58, contro la presenza coloniale spagnola,
rappresentò un’autentica manifestazione del nazionalismo
saharawi; la guerra venne persa e il popolo fu ancora oggetto di
sterminio e persecuzione, ma si rafforzò la coscienza nazionale
e politica.
Nonostante la persistenza del controllo coloniale e la
repressione sistematica da parte del Marocco, dai primi anni
Sessanta iniziò una riorganizzazione delle forze
indipendentiste nelle città, nei centri abitati e presso i
rifugiati nei paesi vicini.
Tale processo si tradusse materialmente nella formazione di
un’organizzazione politica indipendentista e clandestina, il
cui obiettivo fu di riunire e canalizzare le forze e le
aspirazioni popolari: il Movimento di Liberazione del Sahara,
fondato dal giornalista Mohamed Basiri, che si sviluppò nei
territori all’interno e si espanse a tutta la colonia.
Le prime azioni del Movimento non ebbero carattere militare e
presero la forma di resistenza civile: scioperi, manifestazioni,
insegnamento della lingua araba e della storia nazionale
saharawi.
Il coprifuoco decretato nel 1969 e la serie di carcerazioni ed
espulsioni dello stesso anno, mossero l’ONU a richiamare la
Spagna all’applicazione della risoluzione del 1514 sulla
decolonizzazione.
Il 17 giugno 1970, grazie alle varie manifestazioni, il
Movimento ebbe modo di manifestare apertamente il rifiuto del
colonialismo da parte dei saharawi e di presentare alla Spagna
un documento di richiesta d’indipendenza del territorio.
Un generale spagnolo ordinò alle forze di polizia e alla
legione di far disperdere la folla, composta di migliaia di
persone: fu un massacro, seguito dalla persecuzione e
carcerazione di centinaia di militanti.
La notizia del massacro portò la controversia e la lotta del
popolo saharawi per la libertà a conoscenza della comunità
internazionale.
Riorganizzatosi, il 10 maggio 1973, il Movimento si trasformò
in un’organizzazione armata denominata Fronte Polisario,
Fronte Popolare per la Liberazione della Saguia el Hamra e del
Rio de Oro.
La lotta armata fu annunciata il 20 maggio, in contemporanea con
lo sviluppo di un’azione politica volta ad organizzare il
popolo in favore dell’indipendenza nazionale, spiegare a
livello internazionale la situazione della colonia e sollecitare
l’appoggio morale e materiale alla causa.
Dopo anni d’intensa azione su tutti i fronti, la Spagna fu
obbligata a riconoscere il diritto all’autodeterminazione e
all’indipendenza; le truppe abbandonarono le numerose
postazioni all’interno.
Nell’Ottobre del 1974, l’Assemblea Generale O.N.U decise il
ricorso alla corte Internazionale di Giustizia dell’Aja
per un parere sulla questione. Il rapporto della missione O.N.U
rilevò che «La quasi unanimità si pronuncia a favore
dell’indipendenza e contro le rivendicazione di Marocco e
Mauritania. Il Fronte Polisario all’arrivo della missione si
è manifestato come la forza politica predominante nel
territorio».
Nel 1975, la Corte di Giustizia affermò che il Sahara
Occidentale al momento della colonizzazione non era terra di
nessuno e riconobbe l’esistenza di legami giuridici
d’alleanza tra Marocco e alcune tribù. La Corte evidenziò
però l’assenza di valide ragioni per non applicare la
risoluzione O.N.U sulla decolonizzazione, e confermò la
necessità del principio di autodeterminazione attraverso una
libera espressione della volontà popolare.
Lo stesso giorno della pubblicazione della Corte, il re Hassan
II organizza la “marcia verde”, una grande marcia pacifica
ribattezzata “marcia nera” dai saharawi.
L’esercito marocchino, già impegnato nel territorio prima
dell’accordo di Madrid, continuò l’azione d’invasione
occupando gli spazi abbandonati dall’esercito spagnolo; Smara
fu occupata, così come altri centri. La resistenza del Fronte
cercò di opporre un freno immediato, le zone occupate dal
Marocco, furono abbandonate dalla popolazione che si spostò
verso le zone libere. Anche l’esercito mauritano sferrò
l’attacco e dopo dieci giorni di bombardamenti prese il
controllo di Guera.
L’ONU sostanzialmente restò neutrale. Il 27 febbraio
1976, a Bir Lahlou, il segretario generale del Fronte Polisario
proclamò l’indipendenza della Repubblica Araba Saharawi
Democratica (R.A.S.D.); il primo governo della R.A.S.D. fu
formato il 4 marzo sotto la presidenza di Mohammed Lamine e
tuttora è riconosciuta da oltre settanta Paesi nel mondo ed è
vicepresidente dell’Unione Africana.
La battaglia diplomatica e la lotta armata si affiancarono nella
strategia della R.A.S.D.; il 5 agosto del 1979, dopo aver
decretato un cessate il fuoco unilaterale sul fronte sud, il
Polisario concluse un accordo con la Mauritania, che recedette
dalle rivendicazioni, stremata dalla guerra.
Sul fronte nord, al contrario, la lotta contro l’esercito
marocchino proseguì; il Marocco costruì un muro di sabbia di
duemilaquattrocento km, un muro di silenzio per contenere
l’armata saharawi, circondandolo d’ampi campi minati e
sofisticati apparati elettronici.
Il 22 febbraio 1982 la R.A.S.D. fu ammessa ufficialmente come
membro dell’Organizzazione dell’Unità Africana (O.U.A.).
Nessuna delle parti in conflitto poté sperare in una vittoria
militare sull’altro, ma il 20 giugno 1990 le speranze di pace
cominciarono ad essere concrete. Il 27 giugno il Consiglio di
Sicurezza dell’ONU adottò la risoluzione “690” sulla
creazione della missione delle Nazioni Unite per il Referendum
del Sahara Occidentale, dotandola d’uomini e risorse.
Il cessate il fuoco fu concordato tra i belligeranti il 6
settembre 1991 e sorvegliato da una missione di caschi blu (Minurso).
Il referendum d’autodeterminazione fissato
dall’O.N.U. per il 26 gennaio 1992, che doveva sancire il
diritto del popolo Saharawi a scegliere tra l’indipendenza e
l’annessione al Marocco, slittò a data imprecisata a causa
del continuo boicottaggio del re Hassan II.
Nel frattempo, il Parlamento Europeo negò la concessione di
nuovi aiuti al Marocco nell’attesa dell’adempimento alle
risoluzioni dell’O.N.U.
Nell’anno successivo vi fu l’intenzione di trovare
un’alternativa al piano di pace e la volontà di intensificare
il dialogo per trovare un accordo sulle modalità per
organizzare il referendum. Rimasero forti, tuttavia, le
divergenze tra il Fronte Polisario e il Marocco che sostenne una
soluzione pacifica solo inserendo i saharawi all’interno della
comunità marocchina.
Tra il 1994 e il 1995 la Commissione d’Identificazione
dell’O.N.U. continuò la missione per la raccolta dei dati
relativi al potenziale corpo elettorale saharawi in vista del
referendum.
Il Fronte chiese ufficialmente al Segretario Generale e al
Consiglio di Sicurezza di preservare l’integrità del piano di
pace e di non continuare con azioni che si limivano a riflettere
le intenzioni del Marocco.
Il Segretario Generale Boutros Ghali fece intensificare i lavori
della Commissione d’Identificazione degli aventi diritto al
voto.
Fino al 2002 furono esaminate solo poco più di quattro mila
persone.
Il nuovo piano di pace (piano Baker), elaborato nel 2003, fu
accettato dal Polisario, ma il Marocco lo rifiutò chiedendo più
tempo per riflettere.
Il piano prevedeva l’autodeterminazione del popolo saharawi il
cui status, determinato da un referendum sotto l’egida delle
Nazioni Unite, sarebbe stato definito quattro anni dopo la
sottoscrizione del piano di pace da parte dei soggetti
interessati.
Ad oggi il mandato della Minurso è stato protratto ogni
semestre, ma il referendum non si è ancora potuto svolgere, il
nodo centrale riguarda la composizione del corpo elettorale. La
diplomazia saharawi e la solidarietà internazionale lavorano
ancora perché sia garantita l’effettuazione del referendum
per l’autodeterminazione.
Il Marocco insiste nel rifiuto di criteri concordati nel piano
di pace; i nuovi coloni (marocchini), continuamente mandati nel
territorio del Sahara Occidentale, intasano gli uffici Minurso
con cause d’appello contro l’esclusione dalle liste
elettorali. Oltre alla ripresa dello sfruttamento delle miniere
di fosfati e dei ricchissimi banchi di pesca lungo le coste
atlantiche, il Marocco, dalla fine degli anni '80, porta avanti
un’intensa colonizzazione.
Si calcola che attualmente tra coloni, soldati, poliziotti e
personale amministrativo ci siano circa duecentocinquantamila
marocchini nei territori occupati. Il re del Marocco Mohamed VI
prosegue nella politica paterna dell’ostruzionismo.
Ciò che fa oggi del Sahara Occidentale una nazione e un popolo,
come per altri paesi africani e non, non è il riferimento a
frontiere del passato pre-coloniale, ma la volontà di un popolo
che s’identifica nella medesima impronta culturale, sociale e
linguistica.
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1.2
CULTURA E SOCIETA’ SAHARAWI
I
saharawi, ossia “gente del deserto” sono il frutto di una
fusione fra tribù arabo-yemenite nomadi (Maquil), che
iniziarono il loro cammino verso ovest nell’XI secolo, e
berbere e beduine autoctone (Sanhaya e Zenata). Si è formata
così la loro lingua, l’hassanya, un arabo puro utilizzato
anche per l’insegnamento del Corano nel Maghreb.
Hanno continuato a vivere una vita nomade nonostante la
colonizzazione della Spagna ma, con l’occupazione da parte del
Marocco e della Mauritania hanno dovuto dividersi, trovandosi a
poter praticare il nomadismo solo nei territori liberati ed in
Mauritania. Circa duecentomila persone, scappando sotto i
bombardamenti marocchini, sono arrivate nell’Hammada, in
Algeria.
Queste popolazioni, per molto tempo nomadi, ignoravano i confini
artificiali posti dai colonizzatori.
La società tradizionale era organizzata in circa quaranta tribù
che raccoglievano famiglie discendenti da uno stesso antenato
reale o mitico, tramandato con la tradizione orale. La famiglia
era di tipo patriarcale, dunque l’autorità spettava al
parente maschio più anziano. Più famiglie vivevano e si
spostavano insieme in accampamenti di dimensioni proporzionali
al pascolo. Esisteva il Consiglio dei capifamiglia riuniti in
assemblea: la Giama’a. Nei momenti di pericolo o di interesse comune, i
capi-tribù si riunivano nel “Consiglio
dei Quaranta”, l’Ait Arbain, con
funzioni di coordinamento e con potere decisionale riconosciuto
da tutte le tribù. Questo tipo di organizzazione risultava
indispensabile per le contingenze e per offrire coesione in caso
di conflitti interni, aggressioni esterne e pioggia.
Esistevano delle
funzioni attribuite alle varie tribù: guerriere, marabuttiche e
tributarie. Le tribù guerriere avevano l’uso esclusivo delle
armi per proteggere le tribù alleate o attaccare le rivali e
potevano anche imporre il pagamento dei tributi a quelle
gerarchicamente inferiori. Le marabuttiche, da Marabutto,
l’uomo pio e santo nella tradizione maghrebina, costituivano
l’aristocrazia religiosa e morale, diffondevano il Corano ed
amministravano la giustizia. Avevano la funzione di proteggere
spiritualmente le altre tribù ed in più si dedicavano
all’allevamento ed al commercio.
Le tributarie pagavano in natura le tribù guerriere e
marabuttiche in cambio della loro protezione materiale e
spirituale, si trovavano quindi al gradino più basso della
gerarchia, dopo gli schiavi e i servitori.
La schiavitù era solamente un legame di dipendenza, infatti
condividevano con gli altri le tende e le condizioni materiali
di vita. I servitori, invece, erano rappresentati dai fabbri e
dai cantastorie: i primi provvedevano alla fabbricazione degli
utensili, i secondi erano narratori e poeti della tradizione
orale e in genere accompagnavano le tribù guerriere per tenere
alto il morale.
Oggi, a causa delle grandi trasformazioni subite, il popolo
saharawi è costretto a vivere nei campi profughi dove è
possibile incontrare soltanto donne, vecchi e bambini perché
gli uomini stanno al fronte, pronti a combattere. La famiglia
rimane in ogni modo una struttura importante della società,
anche se si riunisce solo ogni quattro mesi
per i brevi periodi di ritorno degli uomini dal Fronte
Polisario.
Oramai non esiste il commercio e non esiste nemmeno il lavoro.
Ognuno offre un servizio alla comunità per il quale è ripagato
con la possibilità di usufruire di tutti i servizi offerti
dagli altri, in perfetta pace e armonia.
Nei campi, la donna ha sempre avuto un ruolo fondamentale e
attualmente, in questa situazione di esilio e precarietà,
riesce a tenere in piedi l’intera struttura e riceve
l’istruzione allo stesso modo dei maschi, questo sottolinea
anche l’indipendenza dai codici islamici. La religione è
vissuta in maniera aperta e tollerante, lontana dai
fondamentalismi.
È a tal proposito che il Ministro della R.A.S.D. Omar Mansur
afferma:
«Non c’è una casa di Dio, Dio è ovunque, e se vuoi parlare
con lui puoi farlo dove vuoi: in casa tua, in mezzo al deserto.
Per questo noi non abbiamo luoghi obbligatori per il rito sacro.
Certamente prima di costruire una moschea, costruiamo una
scuola, un ospedale. Siamo religiosi, ma siamo liberi, e
tolleranti» .
L’importante ruolo della donna si denota anche nell’attività
politica, basti pensare all’UNMS (Union
National Muheres Saharawi), istituzione cardine politica e
operativa all’interno della R.A.S.D., e nell’organizzazione
civile, in cui essa predispone e dirige tutte le attività della
vita quotidiana all’interno dei campi profughi.
Si potrebbe pensare che questo tipo di struttura della società
possa dipendere dal fatto che gli uomini sono al fronte e quindi
assenti, ma le radici erano già presenti nella società berbera
che si è dimostrata sempre profondamente aperta. È un raro
caso nel mondo arabo, e la cosa stupefacente è che negli anni
di colonizzazione spagnola la donna fu spogliata da questa
identità con un processo di deculturazione che portò
all’emarginazione dalla produzione, dalle scuole e da ogni
tipo di attività. È stata tuttavia in grado di recuperare
questo grande patrimonio e metterlo a disposizione del proprio
paese.
La struttura di cui sono riusciti a dotarsi, nonostante la
situazione d’emergenza, è incredibile.
Esistono istituzioni molto importanti come l’ospedale
nazionale e scuole come l’istituto professionale per le donne
”27 Febbraio” che ricorda la data di proclamazione della
R.A.S.D. e dove ogni anno, circa millecinquecento ragazze,
apprendono dattilografia, informatica, inglese, francese,
spagnolo con corsi anche per infermiera, maestra d’asilo,
giornalista, artigianato. Ci sono poi i collegi nazionali “9
giugno” (martirio di El Uali Mustafa Sayed fondatore del
Fronte Polisario) e “12 ottobre” (incontro tra il Polisario
ed i vecchi leaders saharawi
che portò all’unità nazionale sull’indipendenza ed il
progresso del paese). Queste sono le uniche strutture pubbliche
costruite in muratura, a dimostrazione dell’importanza e della
cura dedicata all’istruzione. L’obiettivo a lungo termine è
quello di affrontare il cambiamento, formare la popolazione,
aiutarla nelle cure e prepararla a gestire, organizzare e
sfruttare le risorse del proprio paese quando sarà libero.
Lo scrittore Stefano Alemanno sottolinea che:
“In
appena un quarto di secolo la società saharawi ha invertito la
percentuale di analfabetismo della popolazione.
La scolarizzazione è obbligatoria per tutti i bambini e le
bambine, con un tasso di alfabetizzazione raggiunto pari al 95%.
Il più alto di tutto il continente africano”.
L’educazione, così come la sanità, sono dunque prioritarie,
tutti i giovani sono scolarizzati a livello medio ed alcuni
arrivano anche a frequentare le università algerine, cubane e
di buona parte dell’America Latina.
La popolazione vive nelle tende, escluso qualche anziano o
disabile. Le tendopoli sono state costruite con precisione
svizzera, ad immagine delle città abbandonate, addirittura le
province (wilayas) ed
i comuni (dairas)
portano gli stessi nomi delle varie località del Sahara
Occidentale. Questo serve a tenere vivo il ricordo delle proprie
terre, nella speranza di poter tornare un giorno nel loro paese.
Negli accampamenti non si trovano le tradizionali e spaziose
tende (Jaimas) di lana
e pelli di capra e di cammello, ma normali tende “da
campagna” costruite in loco con stoffe provenienti dal nord
Europa. Hanno una dimensione che varia tra i quindici e i trenta
metri quadri, con stuoie e tappeti per base e dei materassi
sintetici disposti a perimetro della tenda per sedersi a
dormire, non vi sono sedie e tavoli e non sono utilizzabili nei
mesi freddi. Per cercare di risolvere questo problema, vicino
alle tende sono state costruite delle piccole abitazioni di
sabbia, più calde d’inverno e più fresche d’estate dove
intere famiglie si uniscono per mangiare e dormire, utili
soprattutto per anziani e disabili che da sempre vivono in
vecchie tende. La sabbia si trasforma, si scava, si setaccia e,
impastata all’acqua, diventa come dei mattoni che si cuociono
al sole.
Ogni tenda si presenta ordinata e accogliente, le donne
accendono l’incenso e preparano il tè con un rituale che può
durare delle ore. Hanno a disposizione un vassoio, bicchieri,
teiera e zucchero per offrire del tè a qualunque ora e a
chiunque si presenti. La preparazione tradizionale del tè
necessita di circa un’ora di tempo perché prevede che sia
ripetuto per tre volte: «il
primo bicchiere è amaro come la vita, il secondo è dolce
come
l’amore ed il terzo è soave come la morte».
In segno di
amicizia e ospitalità, i visitatori vengono messi a proprio
agio e gli viene spruzzato del profumo nei capelli.
L’illuminazione è fatta di lampade a gas, molti utilizzano
poi i pannelli solari che riescono a caricare delle piccole
batterie. Per gli ospedali ci sono i gruppi elettrogeni che però
rimangono in funzione solo alcune ore. Spesso i medicinali sono
tenuti al fresco in buche scavate direttamente nella sabbia, ma
questo metodo non sempre funziona. Da qualche anno molte
famiglie hanno iniziato a costruire anche dei bagni con fosse a
dispersione nel terreno.
Esiste una radio nei campi profughi: Radio
National Saharawi
portata avanti da una trentina di volontari che garantiscono una
programmazione di circa 8 ore quotidiane, nonostante le
interferenze sulle frequenze in onde medie da parte del Marocco
ed una linea telefonica insufficiente a reggere una telefonata
in diretta o l’accesso alla rete. Lì, la radio ha un ruolo
cruciale, incredibilmente potente. Le trasmissioni sono
irradiate attraverso le onde medie e corte che
raggiungono anche il Sahara Occidentale Occupato e rappresenta
l’unico contatto con i propri fratelli lontani, spesso
maltrattati e perseguitati. Le parole che si sentono più spesso
sono “memoria”, “esilio” e “ricordo”, ma anche
“forza”, “determinazione” e “dignità”, temi spesso
ricorrenti persino nella musica.
La situazione dell’economia è piuttosto statica, non arriva
ad essere nemmeno un’economia di sussistenza, senza gli aiuti
dell’ONU, dell’Unione Europea e della grande quantità di
associazioni ed enti di solidarietà, non riuscirebbe ad
auto-sostenersi. Oltre alle condizioni oggettivamente molto
dure, la prospettiva del rientro in patria non permette la
progettazione sul lungo periodo.
Latte, datteri, orzo, miglio,
l’allevamento di capre
e cammelli e quello sperimentale di bovini, soddisfano
gran parte dei bisogni alimentari della popolazione delle
tendopoli. Il tè, anche se inserito da pochi decenni, è di uso
quotidiano.
L’agricoltura, molto al di sotto dei fabbisogni reali,
fornisce vitamine fresche, molto importanti per tutti, ma
soprattutto per i bambini. Esiste un orto in ogni wilaya
e un complesso agricolo, ma si osserva la mancanza di una rete
di distribuzione e di centri per la conservazione dei prodotti.
I recinti per il bestiame stanno fuori da ogni daira
e ogni famiglia riesce a tenere almeno qualche capra. Nei
territori liberati i nomadi hanno ripreso i loro pascoli, ma gli
spostamenti e gli scambi sono tuttavia limitati dalla presenza
del muro e dall’incertezza della situazione politica.
L’artigianato, anche attraverso il recupero ed il riciclaggio,
è limitato al rifornimento della vita del popolo e non riesce a
supportare eventuali esportazioni.
Un tempo, il commercio fra nord e sud del Sahara era molto
sviluppato e faceva anche da ponte fra il Mediterraneo e
l’Africa. La tessitura antica dei tappeti, le lavorazioni di
pelli e metalli, la costruzione della tenda tradizionale, sono
attività tramandate di generazione in generazione e che
mantengono viva la cultura e l’identità nazionale.
La moneta non esiste e gli scambi avvengono con il
baratto, ma ultimamente il Polisario ha provato ad inserirla per
iniziare ad educare le persone all’uso del denaro ed ha
favorito la nascita di piccoli empori. L’introduzione è stata
fatta con il denaro algerino che serve soprattutto ad acquistare
beni di tipo “occidentale” come lampadine, batterie, radio,
pannelli solari, farmaci assenti nei campi.
La reperibilità dell’acqua rimane un problema
di primaria importanza, anche perché oltre ad essere scarsa, ha
anche un elevato contenuto salino, che deve essere depurato. È
quindi una situazione molto difficile nonostante i pozzi ed il
servizio giornaliero delle autobotti.
La situazione del popolo saharawi, nonostante la grande
organizzazione, rimane precaria, ma l’amarezza più grande è
causata dall’esilio forzato e dal non essere ancora riusciti
ad ottenere la propria indipendenza.
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1.3
STRUTTURA ORGANIZZATIVA SOCIO-SANITARIA
La
piaga che più affligge il popolo saharawi è la salute, si
trovano numerosissimi casi di disabilità fisica e mentale. I
problemi inerenti la salute sono fenomeni universali ma, i
comportamenti, i processi e gli obiettivi messi in moto per
preservarla variano in base alle culture.
La struttura sanitaria dei campi profughi è riconducibile molto
al percorso politico e all’organizzazione sociale raggiunta
dalla R.A.S.D..
Ci sono due aspetti fondamentali nella sanità: quello
preventivo e quello curativo.
Essenzialmente le strutture sanitarie sono costituite dai
comitati di salute, dai dispensari presenti in ogni daira,
dagli ospedali provinciali in ogni wilaya,
dagli ospedali nazionali
e dal Ministero
della Sanità con i vari dipartimenti.
I comitati di salute e i dispensari rappresentano una prima
linea assistenziale molto vicina alle persone e principalmente
condotta da donne energiche.
Il comitato di salute è formato da trenta a cinquanta membri
circa ed ha tre funzioni principali: la sorveglianza
materno-infantile, la prevenzione e l’igiene ambientale ed il
lavoro presso il dispensario.
Per la sorveglianza materno-infantile ci sono tre o quattro
donne per ogni barrio (quartiere),
che si occupano in modo costante delle donne gravide, delle
puerpere e dei neonati. Molto frequente è l’anemia nelle
donne incinte. Quando le scorte lo consentono, vengono
somministrati ferro, acido ascorbico, acido folico e
multivitamine a titolo preventivo. Altro problema correlato
alla carenza nutrizionale è la necessità di trasfusioni di
sangue alle partorienti, in quanto il sangue dei donatori non
subisce controlli adeguati, aumentando così il rischio di
trasmissione di patologie gravi quali l’epatite, l’AIDS.
Il parto avviene soprattutto negli ospedali provinciali. Le
nascite sono registrate dal Comitato Provinciale che le
trasmette al Ministero, che poi provvede alla programmazione
delle vaccinazioni e all’educazione delle madri al riguardo.
I vaccini provenienti principalmente dall’Algeria, sono
conservati in celle frigorifere nei pressi del centro
governativo, gestite da un apposito dipartimento ministeriale e
trasportati alla daira con
camion frigorifero. Il tasso di mortalità infantile non è
disponibile, ma i sanitari riferiscono che è più basso di
quello della popolazione rurale algerina.
Per la sorveglianza igienica dei campi
sono adibite due o tre donne per barrio
che giornalmente ispezionano le file di tende e settimanalmente
l’interno delle tende, facendole alzare, arieggiare e
spolverare; controllano il territorio della daira fino a cinque km di distanza e sono attente alla raccolta e
all’allontanamento degli escrementi degli animali allevati e
dei rifiuti degli umani, dove non è stato possibile costruire
delle latrine a causa della presenza nel sottosuolo di falde
acquifere a bassa profondità.
Ovviamente tutto il lavoro è atto ad evitare le infezioni e le
epidemie, possibili soprattutto nel periodo tra ottobre/novembre
e marzo/aprile. Un altro punto cardine per evitare le infezioni
è il controllo costante dell’igiene delle acque.
Nelle province Ausered e Smara,
l’acqua è trasportata con camion-cisterna e riversata nelle
cisterne centrali della daira e la popolazione attinge ad essa con contenitori vari. Per le
altre due province, Dakkla ed El Ayoun, l’acqua è reperibile
nei pozzi disseminati, alcuni dotati di pompa manuale altri solo
di secchio e corda. Le responsabili del comitato di salute,
attraverso un controllo giornaliero ripetuto più volte al
giorno, si occupano dell’uso corretto dell’acqua e della
clorazione per la potabilità.
Tramite un coordinatore, viene steso giornalmente un rapporto
comprensivo della situazione igienico-ambientale contenente note
sulle gravidanze, gli aborti, la nutrizione dei bambini, la
quantità di cloro nei vari pozzi, la quantità delle acque, gli
animali uccisi.
La relazione sarà in seguito inviata al sindaco di ogni
daira, che insieme ne curerà la
trattazione dei dati e il successivo invio all’autorità
provinciale e, ovviamente, rinvierà altre disposizioni per il
Ministero.
Il tutto è spedito a destinazione tramite dei fuoristrada o dei
camion-corriere per trasporto delle merci.
Altra funzione del coordinatore generale è la sorveglianza e la
connessione tra l’aspetto curativo e quello preventivo, svolta
dal gruppo di donne che lavorano presso il dispensario.
Il gruppo del dispensario è costituito
da dodici donne che si ripartiscono ciò che può essere
chiamata l’assistenza domiciliare nei barrios.
Esse sono alle dipendenze dell’infermiere del settore del
comitato di salute e svolgono, con una preparazione non molto
specifica in campo sanitario, compiti assistenziali con gli
anziani o con coloro che hanno disturbi psichici per
l’assunzione di farmaci etc.
Il lavoro principalmente consiste nella somministrazione della
terapia prescritta dall’infermiere che lavora principalmente
all’interno del dispensario. L'unico mezzo che gli consente di
essere informato della situazione delle tende è il rapporto
delle donne che girano per il barrio,
che segnalano casi particolari o sintomi per il riconoscimento
generale di patologie.
Per quanto riguarda gli anziani, i ciechi o le persone affette
da disfunzioni fisiche, vi è un’incaricata apposita che si
occupa delle richieste relative e specifiche delle persone. E'
presente inoltre, il centro di accoglienza denominato "12
ottobre", dove i più bisognosi, ed in particolare gli
anziani, vengono accuditi e sfamati durante la giornata. A
priori l’esistenza di una tale struttura può stupire perché
tradizionalmente in Africa gli anziani sono gestiti dalle
proprie famiglie, ma la situazione attuale del saharawi è
diversa: le famiglie sono disgregate per la condizione di guerra
e per i lavori necessari al mantenimento delle tendopoli, gli anziani quindi non sono
in grado di avere sussistenza, se non aiutati.
Nonostante tutto, è proprio grazie agli uomini che combattono
per l’indipendenza, al lavoro continuo delle donne e delle
associazioni, se nei campi è viva la speranza di ritornare
nella propria terra.
Le varie associazioni, tra le quali l’associazione “Rio de
Oro”, nel frattempo si occupano di far sì che la vita nei
campi possa essere più vivibile attraverso aiuti umanitari e la
costruzione di progetti sanitari per adulti e bambini, dando la
possibilità, soprattutto a questi ultimi, di essere operati in
Italia e offrendo loro l’opportunità di vedere con i propri
occhi che non esiste solo la guerra e il deserto, ma anche case,
treni e aerei. Possono essere portatori di un messaggio che
faccia entrare in contatto i cittadini europei con la realtà
del loro popolo. Queste iniziative sono essenziali perché
aiutano a far nascere il rispetto reciproco, la tolleranza e la
convivenza con la diversità degli altri.
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